In San Pietro, negli anni successivi, ho avuto modo di rivederla la statua di Jimenez Deredia raffigurante San Marcellino Champagnat collocata in una delle nicchie disegnate da Michelangelo ma all’epoca avevo già fatto esperienza di altre opere dello scultore. Così che mi è apparso finalmente chiaro il suo percorso intellettuale e sentimentale.
Avventuriero (o alchimista) del “cuore e della ragione” ha definito Pierre Restany Deredia scultore. La formula è felice ed efficace perché ci restituisce con esattezza il senso di un percorso d’arte che ha visto entrare in gioco – bilanciarsi, confrontarsi, e l’uno nell’altro rispecchiarsi – la nostalgia e la memoria da una parte, l’ordine razionale dall’altra.
Consideriamo infatti la storia dell’uomo e dell’artista. All’inizio c’è il Costa Rica delle sfere precolombiane Boruca, emblemi di una civiltà antica di quattromila anni. L’approdo è la lucente Carrara delle cave di marmo. In mezzo c’è la facoltà di architettura di Firenze e quindi Arnolfo e Brunelleschi, Michelozzo e l’Alberti, ma anche Michelucci, Ricci, Savioli. Il punto fermo, il centro del mondo, il laboratorio dove distillare le idee e sublimare la memoria è oggi per Deredia – allo zenith dei cinquant’anni, al vertice della vita e della carriera – il piccolo borgo di Molicciara che sta fra il marmo e il mare.
Si arriva a Carrara da molte parti del mondo perché il marmo è un irresistibile magnete. Prima di essere un medium il marmo che Giovanni Pisano e Michelangelo amarono, è un mito. Anzi è il Mito. E poiché è proprio del Mito trasformare in archetipi eterni le emozioni e le pulsioni di ognuno, nel marmo di Carrara gli scultori stranieri che hanno scelto di diventare toscani, si guardano come in uno specchio. Riconoscono e mettono a fuoco la loro cultura di origine e (se sono bravi, se li soccorre quella fulminea metalogica intuizione che altri chiamano “talento”) sublimano e assolutizzano, nel confronto e nella sintesi con altre suggestioni culturali, quel patrimonio di partenza. Il risultato sarà la proposta armonica e definitiva, il segno identitario che distingue l’artista, quel marchio imperioso inconfondibile che non si può definire in altro modo se non con la parola “stile”.
Jiménez Derida ha vissuto, ha governato e ha portato felicemente al risultato questo genere di esperienza. Giocando insieme con lucida sagacia – direbbe Restany – le risorse del cuore e quelle della ragione.
Straniero dell’America Latina egli portava nella mente e nel cuore gli archetipi delle civiltà precoloniali. Erano forme chiuse, presenze silenziose portatrici d’indecifrabili messaggi, le sfere di granito che gli indiani Boruca misteriosamente distribuirono nelle foreste pluviali del Costarica. Ma in quegli oggetti arcaici c’era l’idea di assoluto. C’era l’immanenza metafisica, c’era l’oscuro pensiero di Dio, come nella pietra nera del celebre film di Kubrick.
Nelle sculture di Deredia quell’impressione iniziatica, quell’imprinting profondo sono rimasti e, in terra toscana, hanno potuto germinare come semi ricchi di frutti. La incontriamo, quella idea profonda della sfera sacra, anche nelle forme sovrapposte e tendenzialmente circolari che fanno il corredo iconografico di San Marcelino Champagnat. Intendo dire che la ritroviamo nei bambini (uno seduto ai suoi piedi l’altro portato sulle spalle) che nella basilica vaticana sono il simbolo della missione del Santo. Ecco perché io, da quella scultura, ho potuto ripercorrere a ritroso la formazione e le scelte profonde dell’artista.
La nuova patria – la Toscana, Carrara e Firenze – ha insegnato a Deredia le ragioni della misura, dell’ordine, della esattezza. Sotto il cielo di Toscana lo scultore di Costa Rica ha capito che il vero visibile è innervato di idee e che le idee si esprimono attraverso rapporti proporzionali, dentro il melodioso ritmo della vita. Ecco dunque risolto e felicemente sopito il confronto-rispecchiamento fra “cuore” e “cervello”.
I suoi bronzi e i suoi marmi levigati, intatti (chiusi e autosufficienti come una cosa della natura, come una foglia, come una conchiglia, come un sasso) obbligano a un approccio di tipo assoluto. Sollecitano domande perentorie, prevedono risposte definitive anche quando appaiono polivalenti e ubique perché, come le sentenze dei libri misterici, sono per tutti e per ognuno.
In questo senso le sculture di Jiménez Deredia fanno pensare agli ideogrammi e ai totem; di questi ultimi hanno la sacralità, dei primi condividono la complessità e l’ambiguità.
“Immagini cosmiche” ha definito Pierre Restany certe opere ultime di Deredia perché mimano, anche quando rappresentano forme umane, la semplicità e la circolarità delle forme concluse. La sfera è figura del mondo che è eterno perché è circolare e circolari sono le sue donne, i suoi fiori, le sue palle di bronzo sovrapposte. Opere concluse e perfette sotto il cielo come erano, quattromila anni fa, i misteriosi monumenti di pietra degli indiani Boruca. E tuttavia strette, quelle opere, dentro l’ordine intellettuale toscano che le illumina di misura e di ragione.
Antonio Paolucci
Soprintendente per il Polo Museale Fiorentino