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Le “sfere dell’infanzia” «costituivano un ponte gettato tra spiritualità e razionalità; rappresentavano il collante di un gruppo etnico: attraverso loro, i Borucas scoprivano parte di se stessi; giustificavano la propria esistenza», spiega Deredia, un artista che al marmo accompagna le pagine di uno tra i primissimi seguaci di Sigmund Freud, Carl Gustav Jung («all’Accademia di Belle arti di Carrara, la mia tesi si basava su una sua lettura delle deformazioni anatomiche in Giovanni Pisano»), e racconta antiche e intriganti leggende. Forse udite da bambino; ma poi, certamente, a lungo rielaborate. «Le montagne bianche sono lacrime di stelle; noi veniamo dalle stelle: siamo la polvere delle stelle; il prodotto di un’evoluzione; derivato di un processo cosmico, cui partecipiamo con l’atto creativo. La verità è scritta nei nostri cuori, e non nelle ideologie. Scolpire è ricordare; il marmo è una superficie soave, che respira: mutarne l’aspetto, pretende la stessa pazienza della goccia d’acqua che, scavandola nella grotta, altera la forma della pietra. La modificazione della materia è un “tempo mistico”: perché ripete ed eterna il miracolo fondamentale della creazione». |
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In principio, fu una sfera. Anzi, molte sfere. «Io non amo gli spigoli», spiega, «perché le pieghe complicano sempre la vita. La forma ideale è quella sferica. Cerco di rappresentare, insieme, ciò che noi vediamo del mondo, ma anche la sua essenza più intima e profonda. Ho fatto molte cose, soltanto perché sentivo “dentro” di doverle fare: come se una forza misteriosa me l’avesse ordinato, imposto. Per esempio, quella statua in San Pietro io “sapevo” che dovevo riuscire ad eseguirla a tutti i costi». “Quella statua” è alta quattro metri e mezzo, quasi cinque e mezzo con il piedestallo, e pesa 32 tonnellate (20 solo la scultura); dal 20 settembre 2000, quando Papa Giovanni Paolo II l’ha disvelata, è all’esterno della Basilica, nella nicchia centrale del transetto sinistro, che è comunemente detto “di San Giuseppe”: la sola nicchia, di tutte quelle sul perimetro dell’edificio, che Michelangelo ha avuto il tempo di veder compiuta. Raffigura Marcellino Champagnat, un personaggio assolutamente singolare (come, in questa vicenda nulla è banale, e nemmeno scontato), dichiarato Santo da Papa Wojtyla nel 1999. Nasce in un borgo di montagna nel Centro-Est della Francia (Rosey, nel dipartimento della Loira), subito dopo la Rivoluzione : 1789. Prima di morire nel 1840, ad appena 51 anni, quando ne aveva solo 27 fonda l’Istituto dei Fratelli Maristi delle Scuole: un ordine religioso per educare i più bisognosi; una realtà che la Chiesa ha riconosciuto nel 1863, ed oggi è presente, con quasi cinquemila fratelli, in 74 Paesi dei cinque Continenti: in Brasile, amministra anche un’università con 25 mila studenti. |
Quindi, oltre ai suoi svariati meriti, Marcellino Champagnat probabilmente detiene anche un primato: è stato tra i più rapidi, di quanti siano stati elevati alla gloria degli altari, a essere celebrato, sotto il profilo artistico, nel massimo tempio della Cristianità: pochi mesi dopo essere stato santificato. Nella Basilica più grande al mondo, le nicchie ospitano 39 statue dei Santi fondatori di Ordini e di Congregazioni religiose: dapprima realizzate (ce lo raccontano le incisioni dell’epoca) per particolari circostanze, e in materiali effimeri, cartapesta o simili; poi, dal Settecento, in marmo bianco di Carrara purissimo, come prescritto da Papa Benedetto XIV, l’umanista bolognese Prospero Lambertini. Nel 1767, erano già tutte riempite le nicchie inferiori (la prima statua fu quella di San Domenico, 1706, di Pierre Le Gros il Giovane); nel 1954, anche quelle superiori. Tra gli autori, alcuni d’assoluto rilievo: Pietro Bracci (suo, tra l’altro, il Nettuno di Fontana di Trevi), Pietro Tenerani, Adamo Tadolini, Pietro Canonica. Dunque, dopo mezzo secolo in cui la pratica era stata lasciata cadere, la Fabbrica di San Pietro, per il Grande Giubileo del 2000, è tornata ad esercitare, con la scultura di Deredia e con altre due ( la Patrona d’Europa Santa Caterina da Siena, opera d’Eric Aman, un francese stabilitosi nel Senese, e una Santa Brigida, di Floriano Bodini), l’assai apprezzabile virtù della committenza. |
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Ma un artista ormai famoso, invitato a Venezia alle Biennali del 1988, 1993 e 1999, una cui scultura monumentale dal 1989 domina - a Parigi - i giardini dell’America Latina a Porte de Champerret, le cui opere sono ormai esposte in 11 diversi Paesi, è diventato anche ricco? «Non credo proprio; e, soprattutto, non mi occorre. In più che un letto, non posso dormire; se mangio troppo, mi ammalo». Mai un caffè; di rado un bicchiere di vino, «e soltanto in compagnia»; Deredia si alza ogni mattina alle sei, e fa colazione con un bicchier d’acqua; dalle 7 alle 13, e dalle 14 alle 20, lavora nello studio; alle nove di sera, è già a nanna. Torna al suo Paese ogni anno («me ne sono andato senza permesso; per mio padre, deve essere stato un brutto colpo: ma dovevo farlo; non ci scriviamo, né telefoniamo: però trascorriamo insieme 30 giorni su 365»); su tre modelli che inizia, due ne distrugge, poiché non lo convincono. Ma quando sente di dover fare una cosa, non lo fa recedere nemmeno il cannone. Del resto, l’intera sua opera s’è sempre giovata d’ispirazioni “alte”: quasi un afflato, che non è mai solo terreno. Da qui certe sue Composizioni cosmiche, in cui si ritrovano ancora le sfere natie; o le stupende Genesi (secondo me, le sue due espressioni davvero migliori, e certamente più elevate), in cui, passo a passo (e, di solito, i passi sono quattro) una sfera trasmuta in una donna accovacciata; o i Poemi ancestrali; o, ancora, la Ricerca del mito . Da qui l’interesse che ha avuto per lui Pierre Restany, un guru della critica francese, che è stato anche il vate d’altri grandi artisti, come Yves Klein, César, Arman, e che purtroppo se n’è andato nel 2003. Deredia non è uno che passa inosservato; ha un suo profondo rigore. «Quale acquirente di una mia opera ricordo con più piacere? Una donna con pochi mezzi, che arrotondava facendo le pulizie: mentre lavorava a casa nostra, vide alcuni miei disegni preparatatori. Mi chiese di acquistare una scultura; risposi che costava molto: forse troppo per le sue possibilità; insistette: me l’avrebbe pagata un tanto al mese. Le dissi che mi poteva dare dei soldi quando le fosse stato più comodo. Invece, ogni mese, non ha mai mancato di portarmeli; me li ha dati tutti: e per lei, non erano certo pochi. Ora, il ristorante che mia moglie ed io preferiamo, è quello di sua figlia». Mai detto di no ad un cliente? «Una volta: ma non svelerò chi era. Comunque, non in Europa. Aveva acquistato una mia scultura; in casa, aveva sette Picasso e i rubinetti d’oro; ma quando entrammo, umiliò un cameriere perché gli angoli di un tappeto erano rivoltati all’insù. Successivamente, mi ha chiesto altre opere: ma non gliene ho voluto vendere più». |
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Perché Jorge Jimenéz Deredia è fatto così: tutto d’un pezzo, come il marmo che lavora. Preferisce quello grigio di Carrara, ed è un grande sperimentatore: certe sue composizioni, in mattoni, ceramica e alluminio, sono diventate, senza che lui lo sapesse, il poster pubblicitario della Biennale di Venezia nel 1993; ora, da qualche anno, oltre che al marmo si dedica particolarmente al bronzo: «Fusioni con la cera persa, come di faceva un tempo». Sa essere, di volta in volta, astratto e figurativo. Di Papa Wojtyla, che ha incontrato all’inaugurazione della sua scultura in San Pietro senza indossare la cravatta («fino a 13 anni, l’ho portata ogni giorno; da allora, mai più»), dice che è stata «una presenza molto forte: una figura incredibile; emanava un immenso carisma; ha alzato gli occhi e li ha fissati nei miei, che quell’attimo non potranno dimenticare mai più». Ha lavorato a lungo in San Pietro, senza che nessuno gli chiedesse se fosse, o no, credente: «Penso d’essere profondamente religioso, ma non aggiungo altro. Del resto, a San Pietro c’è anche una scultura di Bertel Thorvaldsen, che era protestante. Eterna il cesenate Gregorio Chiaramonti, Papa Pio VII, che fu anche arrestato per ordine di Napoleone».
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